Lunedì 18 settembre 2006

COME VIVONO GLI OMOSESSUALI IN FRIULI?

 

«Io, madre e gay, vivo sotto lo stesso tetto con mio figlio e la mia compagna»

 

«Sono una madre lesbica e vivo in provincia di Udine con mio figlio e la mia compagna: la separazione dal mio ex compagno è avvenuta un paio di anni dopo la nascita del figlio. Vivo protetta da un relativo anonimato nei confronti dei luoghi di vita pubblici e privati con cui entro in relazione, quale ad esempio il posto di lavoro, la scuola, il comune». Anche se abitano nello stesso appartamento, questa madre e la sua compagna, hanno due stati di famiglia differenti. Federica ha dovuto scegliere l'anonimato suggeritole da un avvocato. L'affidamento del minore avrebbe potuto anche "saltare", vista la convivenza con la compagna, anche perché i genitori dell'ex marito di Federica non accettavano che il minore crescesse in questo contesto. I consigli dell'avvocato furono semplici, ci racconta la madre: «Per evitare qualsiasi problema sull'affidamento, era necessario salvare le apparenze; potevo vivere con la mia compagna, certo, visto che nessuna legge impedisce a due donne di vivere nello stesso appartamento, ma avrei dovuto far credere che eravamo semplici coinquiline». Accorgimenti necessari, perché, nel caso di un ricorso al giudice dei minori, si sarebbe potuta dimostrare l'inesistenza di un rapporto omosessuale e quindi l'insussistenza, spiega la madre, di motivi che avrebbero potuto giustificare il cambiamento dell'affidamento del minore.

Non sarebbero bastate, infatti, le prove di una vita psicologicamente serena del minore, non sarebbero bastati a tutelare la madre gay gli attestati di buoni risultati scolastici del figlio, di una sua crescita equilibrata. In pratica, «mi sono trovata davanti a un caso in cui l'orientamento sessuale poteva essere una discriminante negativa, seppure in assenza di danno reale arrecato a chicchessia».

 

L'omosessualità, quindi, nelle coppie in cui c'è un minore in affido, «è considerata a priori - dice - un evento nefasto a cui non esporre il figlio». Alla fine dell'intervista, il colpo di scena: «Non ho seguito il consiglio dell'avvocato alla lettera, io e la mia compagna viviamo da coppia a tutti gli effetti e i successi scolastici di mio figlio continuano a non mancare. Con il tempo sono rientrati in parte anche i contrasti con il padre di mio figlio, e si fa sempre più lontana l'ipotesi di un ricorso al giudice dei minori».

 

 

Dalla presa di coscienza...

 

Dal processo di presa di coscienza del proprio orientamento sessuale, alle fatiche per riuscire a comunicarlo in famiglia e agli amici. Abbiamo cercato di capire come si sentono e come vivono alcuni omosessuali, maschi e femmine, in Friuli, attraverso interviste nel salone del Gonfalone di palazzo D'Aronco, sede dell'amministrazione comunale. Qui, nel cuore dell'istituzionalità cittadina, si sono conosciute, con la mediazione del consigliere comunale diessino Enrico Pizza, storie, volti, nomi, coppie con minori in affido. Dal palazzo dove l'unione civile è ancora un'utopia, alla vita quotidiana, fatta di compromessi, equilibri, silenzi, dell'impossibilità di tenere per mano il compagno e la compagna quando si esce in città o si va al ristorante. Il nostro giornale intende lanciare, sulla base delle lettere che arriveranno, uno spazio dedicato a chi non ha sempre voce.

 

«CITTADINI DI SERIE B» - Forse, l'unico aspetto che è migliorato rispetto a dieci anni fa è la spinta a rivelare il proprio orientamento sessuale con meno fatica dentro le mura domestiche, secondo Allan Francesco Cudicio, 22 anni, studente universitario, nato a Udine. Per lui «è stato prendere atto e basta di come sono». «A far male è soprattutto l'ironia. - si sfoga Allan - Fa male e ha effetti nefasti, perché, legalizzando l'omofobia, costringe a reprimere la propria natura». Gli omosessuali friulani vorrebbero tenersi per mano, lasciarsi andare alle effusioni tipiche di qualsiasi altra coppia, «ma non abbiamo questa libertà». In una parola, «rimaniamo moralmente cittadini di serie b», si rammarica Giacomo Depereu, 37 anni, libero professionista, secondo cui il «pregiudizio moderno si nasconde spesso dietro il "politicamente corretto", dietro una tolleranza forzata, dietro una tolleranza priva di rispetto». Gli omosessuali non conoscono la propria storia, il proprio passato, la propria cultura: per sanare questo vuoto, secondo Giacomo, «le associazioni omosessuali dovrebbero battersi per il riconoscimento dei diritti del minore omosessuale, prima ancora dei diritti delle coppie omosessuali».

 

USCIRE ALLO SCOPERTO - Nei paesi è un tabù, qui l'omofobia è quasi una legge. Essere gay è un inferno. «Per fortuna in città le cose cambiano», dice Alessandro, 35 anni, artigiano che sogna il momento in cui potrà dire «questo è mio marito». Andrà in Spagna a vedere con i suoi occhi come può essere una situazione normale. Lui, come Eva Dose, presidente dell'associazione Arcilesbica, e Stefano Miorini, 37 anni, separato con una figlia tredicenne in affido congiunto che vede quotidianamente anche se convive da cinque anni con un uomo, invitano tutti gli omosessuali a uscire dal buio.«Non si dovrebbe mascherare la propria situazione da omosessuale. Sul luogo di lavoro credo di aver dovuto lavorare un po' di più per mantenere sempre alta la mia credibilità», fa sapere Stefano. Alla comunità friulana Allan Francesco Cudicio rivolge un appello: «Non abbiate paura a conoscerci veramente».

Per parte sua, Giacomo esorta i gay: «Dobbiamo manifestare la nostra normalità imponendo noi stessi e la nostra relazione nel quotidiano: gli omosessuali emancipati, quelli che hanno il coraggio di essere se stessi alla luce del sole, hanno il dovere morale di fare cultura omosessuale». Palazzo D'Aronco ha visto e ascoltato.

 

 

Irene Giurovich

(da Il Gazzettino)

 

 

 

 

 

 

 

 

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