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La chiamiamo Michela, che non corrisponde a verità. Mentre è assolutamente vero che ha poco più di 40
anni, è friulana, imprenditrice, genitore. E non è nata donna, di sua figlia lei è il padre. Michela
è una delle poche persone di Udine e provincia - si contano sulle dita di due mani - che si sono sottoposte al cambio
di sesso al Cattinara di Trieste, nella clinica urologica diretta dal professor Belgrano, specializzata nel curare i disturbi
dell'identità di genere. La donna ha accettato di raccontare in cambio dell'anonimato («devo proteggere mia figlia»),
la sua storia. Fatta di disperazione e conquiste, di lacerazioni familiari, solitudini, senso di colpa «compagno di tutti i
giorni» e un desiderio insaziabile di normalità. Nel suo percorso ha avuto vicino persone straordinarie che l'hanno
capita e sostenuta, ma anche ostacoli enormi e difficoltà tuttora presenti, eppure la sua conclusione non lascia spazio
a dubbi: «Dovevo farlo».
Michela, vogliamo cominciare ricordando l'infanzia?
«E' proprio necessario? Io ho cercato di fare un reset del primo periodo della mia vita. Forse per autodifesa. è come
se parlassi di un'altra persona. Posso comunque dire che ero un ragazzino che amava stare solo, odiava i giochi violenti, ma
non aveva nulla di effemminato. Le cose sono cambiate con l'adolescenza. A 14 anni, quando ho cominciato a frequentare
l'istituto Malignani, mi incominciavano a piacere i maschietti».
Non poteva essere una tendenza omosessuale?
«No affatto, aborrivo l'idea di avere una storia d'amore con una persona del mio stesso sesso, proprio come la rifiuto adesso.
Non capivo, non mi capivo, scrivevo delle lettere incredibili. Nel frattempo ho conosciuto una ragazzina, ci siamo voluti bene,
ci siamo frequentati diversi anni finchè ci siamo sposati: un rapporto di tenerezza e affetto, ma non bastava a colmare
il disagio che mi assaliva in maniera sempre più forte».
E dunque cos'è successo?
«Sono andata completamente nel pallone quando mia moglie è rimasta incita: avrei dato la vita purchè quel
bambino crescesse dentro di me. Mi sono resa conto di avere sempre desiderato la maternità. Poco dopo è
cominciato il cammino che mi avrebbe portato alla cosiddetta transizione, per me molto più lunga del consueto, proprio
per la presenza della piccola».
Doloroso?
«Sono stata vicino al suicidio».
E i suoi familiari? Che ruolo hanno avuto?
«Per i miei genitori è stata una mazzata, benchè mia mamma successivamente abbia capito. Teniamo conto che
è già passato qualche anno, adesso c'è maggiore apertura, esiste una rete di sostegno attorno, penso per
esempio all'associazione genitori degli omosessuali. Quanto alla mia ex moglie, beh, è stata eccezionale. Pur con
sofferenza mi è stata vicina. L'assurdo, ma poi neanche tanto, è che noi ci vogliamo bene ancora, anche se non
sarebbe neppure ipotizzabile una vita matrimoniale».
Dunque con lei e vostra figlia non ha tagliato i ponti?
«Al contrario. Per chi sta fuori la ragazza è semplicemente figlia di separati con un papà che se n'è
andato lontano. Invece lei viene spesso a pranzo da me (che per i vicini potrei essere la zia) e non è raro che andiamo
fuori a cena assieme tutti e tre. E lì si discute, si ride, si litiga. Mi capita spesso di dire: dai, facciamo il
giochino della famiglia normale che esce per la pizza...».
E sotto il profilo legale com'è la situazione?
«Perchè il tribunale desse via libera al mio intervento io e mia moglie abbiamo dovuto divorziare. Tuttavia, e mi
risulta essere uno dei rarissimi casi in Italia, non mi è stata tolta la patria potestà, cosa che in genere
è quasi automatica per "comportamente deviante". Decisiva è stata, oltre al mio curriculum sul lavoro, la
testimonianza della mia ex moglie e della stessa bambina».
La quale non ha avuto problemi?
«La psicologa che l'ha seguita per tanto tempo ci ha detto: magari trovare figli di separati con questo equilibrio e
serenità! Adesso è quasi... viziata, risponde a tono, ma è una bravissima ragazza. Insomma, non è
vero che io ho distrutto tutto, semplicemente mi sono messa un paio di lenti diverse per guardare la vita».
Come mai ha scelto la clinica del Cattinara di Trieste?
«Ne avevo sentito parlare, mi sono presentata per un colloquio e per come mi hanno seguita posso solo che dire bene.
Umanità e tanta competenza in un settore delicatissimo. Tuttora sono seguita dall'endocrinologo per controlli periodici:
io sono come una donna in menopausa, dovrò fare iniezioni tutta la vita».
Detto ampiamente del prima, quali difficoltà ha incontrato invece dopo?
«C'è anche il durante, i dubbi sulla riuscita, l'incubo di finire su un marciapiede a fare la battona. Invece non
è andata così, anche se farmi accettare specie sul lavoro è stato e in certi momenti resta difficile».
Ma la società non è diventata meno bigotta e più aperta ad accettare le diversità?
«In teoria. Innanzitutto per me privacy è stata una parola perfettamente sconosciuta e la curiosità e la
morbosità del diverso le ho avvertite sulla mia pelle. Tanto per citare un mio caso, il commercialista che strabuzza gli
occhi quando legge il titolare dell'impresa che ha il nome femminile e lo stesso cognome e la stessa data di nascita del
vecchio titolare: vai a spiegarglielo a tutto lo studio... Insomma, la sofferenza è stata diversa, ma non è
sparita, nel momento in cui decidi di salire su quel palco i pomodori in faccia ti arrivano sempre».
Però a un certo punto ha deciso di non nascondersi. Cos'è che ha fatto scattare la molla?
«Un episodio simpaticissimo. Mi hanno telefonato i compagni di classe del Malignani per un ritrovo a 20 e passa anni dalla
"matura"; io non ho precisato niente e mi sono presentata al ristorante. Dopo un momento tra il ridicolo e l'imbarazzante del
tipo: siore, je cui cirie? signora chi sta cercando?, ho detto il mio nome. Ebbene, lo choc è durato lo spazio di un
attimo. Abbiamo riso e scherzato e io ho focalizzato nella mente l'espressione: una risata vi seppellirà. Mi si è
aperta una porta, dopo è stato diverso».
Lei adesso sta cercando un compagno di vita?
«E' difficile trovarlo, tutti vogliono la donna-donna. Da un lato non ho 20 anni, dall'altro forse non è ancora il
momento, il lavoro mi prende troppo».
Che opinione ha delle manifestazioni di piazza di omosessuali e transessuali?
«Pessima. Esiste mai l'orgoglio eterosessuale? Se pretendi normalità sei tu la prima che la deve dimostrare. E poi
basta presentare questa cosa come una disgrazia oppure esserne orgogliosi. Io non ho fatto nulla che debba meritare
l'approvazione o l'ammirazione».
Dovesse fare un bilancio della sua vita e della sua scelta?
«Io ero la bottiglia di vino con sopra l'etichetta della birra. La strada che ho intrapreso mi è costata tantissimo,
ma è tanto anche quello che ho avuto, lo vedo ogni mattina quando mi guardo allo specchio, quando mi aggiro tra gli
abiti femminili di un negozio di abbigliamento e non ho più l'angoscia che avevo prima. So di aver fatto soffrire e non
solo me stessa, ma era esattamente quello che dovevo fare».
Udine «Rimettersi in gioco è difficile»
La psicologa: solo una famiglia solidale e comprensiva può aiutare
Chi soffre di disturbi d'identità di genere non dà un colpo di spugna ai suoi problemi con l'intervento
chirurgico che lo libera dall'individuo "estraneo" che era fino a quel momento. E i disagi, anche dopo, non mancano. «Quando
una persona decide per la transizione - spiega la psicologa che segue i pazienti del Cedig del Cattinara, Laura Scati - la
difficoltà è tirare le somme tra aspettative e risultati. Guai ad attendersi la bacchetta magica».
Il cammino, infatti, è tortuoso e anche se la gente ora comprende di più rispetto ad anni fa, non manca chi
obietta: potevi farne a meno. «Senza capire - aggiunge la dottoressa Scati - il dramma che sta alla base di una decisione
così drastica. Sappiamo di situazioni di chiusura totale da parte delle famiglie verso il componente che soffre di
disforia di genere. Accade che l'unico segnale per comunicare a chi sta attorno quanto si sta male sia il tentativo di
suicidio. Mentre, se solo esiste una minima possibilità di una vita sufficientemente compatibile, l'intervento sarebbe
evitato».
Questo non significa che i pazienti che hanno cambiato genere dopo un intervento chirurgico non si sentano appagati. «Certo
che no - dice la psicologa - la maggior parte delle persone che noi trattiamo stanno bene, sono grate ed entusiaste e chiedono
di rivederci anche a distanza di anni. Resta però - conclude la dottoressa - quella piccola percentuale di persone non
certo pentite, ma non del tutto guarite dalle proprie paure, dall'emarginazione».
Scontato rilevare che il ruolo della famiglia è determinante: «Sappiamo di transessuali costretti a trasferirsi dal
Sud al Nord per togliere l'onta dai familiari. Non ovunque c'è la necessaria apertura. Quando invece la famiglia
è solidale e comprensiva e la comunità accetta il cambiamento di un suo componente, è tutto più
facile».
«Con lei e nostra figlia si va spesso a cena fuori come le famiglie normali»
Anche nella nostra regione è possibile sottoporsi all'intervento per cambiare sesso. Uno dei pochi centri specializzati
in Italia, e primo in assoluto a essere costituito da universitari aggregati, si trova all'ospedale Cattinara di Trieste, nella
clinica urologica diretta dal professor Emanuele Belgrano, dove il responsabile del Cedig, il centro per la diagnosi e la
terapia dei disturbi d'identità di genere, è il dottor Carlo Trombetta, direttore della scuola di urologia.
E' lui a coordinare l'equipe multidisciplinare formata da endocrinologo, psichiatra, chirurgo plastico, ginecologo, otorino, ai
quali si aggiunge la psicologa-sessuologa Laura Scati, dell'Aned di Pordenone.
Dal 1994, quando la struttura è stata inaugurata, oltre 200 persone sono entrate maschi e uscite femmine (conversione
androginoide), mentre il procedimento inverso (ginoandroide) ha interessato non più di una trentina di individui.
«Tra questi - rivela Trombetta - i friulani della provincia di Udine sono stati nove, di cui due passati da donna a uomo.
Numeri non certo rilevanti perchè, fortunatamente, è un problema di nicchia, ma noi siamo in grado di dare una
risposta importante, sotto il profilo tecnico-chirurgico possiamo dire di fare un buon lavoro. Esiste una lista d'attesa,
qualcuno obietterà se è proprio necessario che i chirurghi si dedichino a questo, ma lo stato italiano prevede la
necessità di operare queste persone e una sentenza del tribunale le ordina». Con spesa a carico del servizio
sanitario.
I pazienti, che arrivano anche dall'estero (mentre la stessa equipe triestina in alcune occasioni è stata chiamata a
tenere conferenze anche in Usa) vengono seguiti per un periodo piuttosto lungo. «Dopo i colloqui preliminari - sintetizza
Trombetta - si avvia il processo ormonale, che dura un paio d'anni e che prepara all'intervento».
Servono cinque ore di sala operatoria per adeguare il corpo della persona al genere cui si sente di appartenere.
Successivamente saranno necessari altri ritocchi, come - nel caso della conversione uomo-donna che è il più
frequente - il modellamento del seno e l'operazione per modulare della voce. «Nello spazio tra vescica e retto del corpo
maschile - spiega Trombetta - è possibile ricavare una vagina utilizzando la pelle del pene e dello scroto, mentre il
glande permette di ricostruire il clitoride. E' un organo sensibile e parafisiologico, anche se va lubrificato e ha tutte le
caratteristiche di una vagina in menopausa. Gli interventi di transizione da donna a uomo in alcuni casi sono semplicemente
demolitivi, si eliminano mammelle e utero, in altri viene ricostruito un neopene utilizzando la cute dell'addome, ma non
è sensibile e non ha erezione». La parte del chirurgo finisce qua. Poi spetta alla psicoterapeuta aiutare il paziente
che si è liberato del corpo "estraneo" ad accettarsi e accettare la nuova vita.
«Sull'argomento - commenta il primario Belgrano - permane ancora dell'ignoranza e un pizzico di chiusura, nonostante si stia
affermando una mentalità più disponibile all'accettazione. In base alla nostra esperienza, l'equazione
transessuale uguale marciapiede è un'invenzione».
di PAOLA LENARDUZZI
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