|
TRIESTE - «Nessun intervento improprio o strumentale ma una scelta amministrativa rispettosa dell'ordinamento comunitario in materia di lavoro e tesa
all'economicità dell'azione». La risposta all'attacco di An, con tanto di esposto alla Corte dei conti, sulle nozze gay di Giulio Papa, è
affidata a Gianni Pecol Cominotto. L'assessore al Personale difende la scelta della giunta di riconoscere il congedo matrimoniale al suo dipendente in servizio a
Bruxelles e contrattacca: «Se qualcuno, prima di diffondere comunicati e inoltrare il solito esposto, avesse letto la circolare non del ministro Giuliano
Amato, ma del direttore centrale per i Servizi demografici del dipartimento per gli Affari interni e territoriali del ministero dell'Interno, avrebbe scoperto che
quella circolare non ha nulla a che vedere con la nostra decisione».
Il nodo è la residenza di Papa, che da anni vive in Belgio. «Quella circolare – spiega Pecol Cominotto – ribadisce che l'ordinamento statale non
ammette il matrimonio di persone dello stesso sesso così che l'atto non può essere trascritto nello stato civile di cittadini italiani, residenti in Italia,
che abbiano contratto matrimonio all'estero. Ma il nostro caso, invece, è quello di un dipendente il cui matrimonio è già trascritto negli
atti di stato civile di Bruxelles, il comune di residenza. Non solo, dunque, non è stata richiesta trascrizione di quel matrimonio ma nemmeno la giunta
regionale, anche se avesse voluto, avrebbe potuto concederla, se non altro perché è atto che non rientra nei suoi poteri».
La richiesta, precisa ancora l'assessore, è stata invece di applicare la normativa europea in base alla quale un cittadino di un Paese comunitario che
risiede e lavora in un altro Paese dell'Unione è sottoposto all'ordinamento civile del Paese di residenza. «Avessimo negato il congedo - insiste Pecol -
il dipendente si sarebbe rivolto al giudice del lavoro, belga, e non italiano, con conseguenze prevedibili. Oltre al rispetto delle norme comunitarie, abbiamo
dunque evitato di esporre la Regione a costi giudiziari economicamente incongrui rispetto a quelli del congedo medesimo e addirittura aggiuntivi qualora il giudice
avesse riconosciuto il diritto».
M. B.
(Pubblicato sul Il Piccolo di Trieste, 1 novembre 2007)
|