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ALEX
«...sapevo di essere così ma non mi ponevo il problema,
semplicemente. Come un etero, non credo si ponga il problema di essere tale, così io...»
Non ricordo di aver mai avuto dubbi sulla mia sessualità. L'unico dubbio che mi separava dall'essere totalmente omosessuale era la questione del bacio:
fino ai 16 anni ho sempre pensato che gli uomini non li avrei mai baciati, solo le donne. Trovavo più romantico baciare una donna!
Il primo ragazzo che ho baciato è stata la mia prima storia seria. Avevo 21 anni. E lì ho pensato: «Cosa mi son perso fino adesso!».
Eppure mi ricordo che a 12 anni pensavo già ai compagni di scuola, non ho mai avuto grossi problemi di accettazione, sono sempre stato così. Non
ho mai pensato seriamente alle ragazze; solo alle superiori c'è stata una leggera infatuazione per una compagna di scuola, ma era una "finta"
e lo sapevo. Era un tentativo di adattarmi, di adeguarmi a quello che mi stava attorno. Per il resto ho vissuto tutto nella completa naturalezza, come se
crescessi con gli occhi marroni e tutti intorno a me li avessero azzurri: ma che problema c'era?
Se ho mai sofferto? La sofferenza mi derivava da quello che mi circondava, per il fatto di non poter avere un rapporto alla pari, e mi chiedevo: «Ma
perché si fanno tutti questi problemi?». Era più il rapporto con l'esterno piuttosto che con me stesso ad essere problematico.
Finché a 19 anni ho deciso che dovevo dare una svolta alla mia vita e ho superato anche questo ostacolo, cominciando a dichiararmi. La prima persona a
cui ho parlato di me? E' stato un tipo che non so nemmeno io perché gliel'ho detto. A dir la verità, dovevo fare le prove generali per dirlo ad
una persona a cui tenevo e, non conoscendo le possibili reazioni, ho pensato bene di fare un tentativo con qualcun altro. Ricordo di essere andato avanti fino
alle 6 di mattina a parlare perché io non dicevo la cosa direttamente, cercavo di condurlo affinché arrivasse alla conclusione da solo. Purtroppo
temo di aver scelto la persona più deficiente di questa terra perché, dopo sei ore, non era riuscito a capire dove volessi arrivare. Dal canto mio,
io non riuscivo a dirglielo direttamente, non mi veniva, volevo che fosse lui a chiedermelo.
Alle 6 di mattina, dopo un giro di parole che non finiva più, lui mi fa: «Scusa, posso farti una domanda? Ma a te le ragazze piacciono?».
Finalmente! E poi dopo un paio di giorni l'ho detto alla persona a cui tenevo di più, e lì sono stato molto più diretto, per fortuna.
Entrambi comunque l'hanno presa bene, o almeno non ho avuto prova del contrario.
Sono contento di aver cominciato a non nascondermi più, proprio per vivere la cosa con maggiore serenità. Anche perché poi ti giochi tutti
i rapporti umani, soprattutto quelli con cui senti che può nascere qualcosa di interessante: te li giochi perché senti sempre che non stai dicendo
tutto come sta, devi ovviare a certi discorsi, devi falsarli, devi sempre stare sul chi va là, senza poter esternare le cose per come le senti, per quello
che ti viene da dire. In questo modo non è più un rapporto sereno, diventa un comunicare disonesto, un soppesare ogni parola, attento a non dire
"lui", sostituiscilo con "lei"; non guardare il tipo, guarda la tipa, commenta... dopo un po' diventa una cosa insostenibile e ti giochi
i rapporti con le persone che meritano. Anni che conosci qualcuno e non sei riuscito a creare nulla perché non vi conoscete.
Piuttosto che vivere nella disonestà, meglio rimanere soli. Meglio perdere quei rapporti che non riescono ad accettare la tua condizione e che quindi non
dimostrano di avere rispetto per quello che sei. Alla fine sai che chi rimane, ti rispetta e ti conosce veramente. Ne vale veramente la pena, è un
tornaconto che vale 30 volte le sofferenze iniziali.
Il primo rapporto l'ho avuto a 13 anni, con un compagno di scuola. I primi giochetti, le prime scoperte. Ricordo che a differenza dei miei amici, io ci mettevo
della malizia, gli altri no, solo curiosità. E' stato il mio primo rapporto. Senza baci, per la questione del romanticismo di cui parlavo prima. Non volevo,
e lui non insisteva.
Ma ci fu tutto un lavoro preliminare da parte mia che durò un anno! Lui veniva spesso a trovarmi perché eravamo vicini di casa e io lo attaccavo
di continuo: lo punzecchiavo, cercavo il contatto fisico dissimulandolo con scherzetti e poi venivano fuori queste piccole lotte... un giorno, non so come
è successo, siamo lì che giochiamo, lui mi guarda e mi fa: «Allora hai proprio voluto la guerra!», e ha ricambiato. Alla fine ogni volta
che veniva a trovarmi lo facevamo, ed era lui a volere...
Non ho mai relazionato "io" all'essere gay. Sapevo di essere così ma non mi ponevo il problema, semplicemente. Come un etero, non credo si
ponga il problema di essere tale, così è stato per me, vivevo serenamente come stavo. Quando venivano fuori certi argomenti, quando si vedeva un
film che trattava di omosessualità forse mi vergognavo un pochino ma non di esserlo, piuttosto che venissero fuori battute. Ho sempre visto piuttosto
l'ignoranza nelle persone, soprattutto quando attaccavano per niente, anzi mi chiedevo: «Perché? Che problema c'è? Qual è il male di
essere così?». Era proprio un vedere le cose in modo scientifico, cercavo di capire qual era il problema, cosa che mi infastidiva molto più
che non l'offesa in sé della battuta.
In prima superiore è stata dura perché han cominciato a prendermi di mira chiamandomi "finocchio", senza che io capissi da dove fosse
venuto fuori. E lì è stata dura perché erano piuttosto compatti nel prendermi in giro. Uno in particolare aveva messo in giro la voce che
io fossi gay e non capivo perché, in fin dei conti non ci conoscevamo per niente, arrivavamo da scuole diverse, da paesi diversi... Ancora oggi non mi
spiego da dove gli fosse venuta fuori questa idea.
Mia madre sa di me. Quando gliel'ho detto mi ha risposto: «E adesso cosa vuoi fare? Vuoi trovarti il moroso?». E poi ha aggiunto: «Ah, Dio...
adesso devo badarne uno, poi mi toccherà badare anche all'altro!». Ma l'ha presa con tranquillità.
Mia sorella invece è stata la prima a saperlo: gliel'ho confidato a 21 anni. Lei mi ha chiesto se mamma lo sapesse e quando le ho risposto di no, mi
ha detto che dovevo dirglielo. Le ho risposto: «Diglielo tu!». Eravamo in Germania, a lavorare. Il giorno dopo ha telefonato a mia madre e le ha detto
tutto. «Beh - mi ha detto poi – non dicevi che te la sentivi? Mamma prende il treno oggi e arriva». E così abbiam parlato. Ma è andato
tutto bene, l'hanno presa in tranquillità. L'unica cosa è che ancora oggi mia madre spera che sia tutta una bufala. Mah, le passerà...
Come mi pongo nei confronti della questione "visibilità"? Per quanto mi riguarda credo che ci siano veramente poche persone che non sanno che
io sono omosessuale. Ma se parliamo di essere visibili in ogni posto, in qualsiasi momento... beh, lì il discorso è un po' diverso e diventa
difficile. Il fatto è che non sai mai le reazioni di chi ti circonda, soprattutto di chi non ti conosce, e per evitare di trovarsi in brutte situazioni
per questa cosa... magari eviti di mostrare in pubblico la tua omosessualità. Purtroppo si sente veramente di tutto in giro. Essere visibili in mezzo
alla gente, in mezzo alla massa... non sai mai cosa può succedere. Per cui mi capita anche di andare mano nella mano con il mio ragazzo ma quando
c'è poca gente in giro, oppure in un posto dove non mi conoscono o dove sai che le persone hanno una mentalità più aperta. A Pordenone,
ad esempio, non mi sentirei di andare in giro mano nella mano: primo perché è la mia città, secondo perché la gente forse non
è ancora pronta. Lo faccio anche per loro, per evitare di far del male alla gente che ti vede, per non scombussolargli la vita, loro che non sono capaci
di capire.
Io sono certo che se nessuno comincia non ci sarà mai un mondo dove gli omosessuali non devono aver paura di tenersi per mano davanti agli altri, ma
evidentemente non sono io a dover cominciare. A Padova mi è capitato di andare mano nella mano con il mio ragazzo, ma lì è diverso, la
gente ha una mentalità diversa, c'è già stato chi ha fatto da pioniere.
Il mio primo pride è stato quello di Padova ma era piccolissimo. Sono andato con una mia amica ed eravamo pochissimi. Era il 2002 o 2003, non ricordo.
Quello di Roma invece è stato immenso: un milione di persone non è che le vedi in corteo per una piazza tutti i giorni! Eravamo tantissimi!
Dopo più di due ore che eravamo lì ad ascoltare conferenze, gli organizzatori dicono: «Vi avvisiamo che stanno ancora arrivando gli ultimi
carri!». Che poi carri... sono dei camion con il rimorchio dove c'è la gente sopra che balla e dietro ancora altra gente che segue a piedi. Ogni
gruppo ha il suo striscione davanti: gruppo delle mamme, gruppo dei trans e le varie associazioni. Come la vedo io? Mah, se tu conosci la cosa, se sei dentro,
accetti la cosa perché sai come funziona più o meno il mondo gay... e poi ti diverti. Però il problema è sempre quello del messaggio
che trasmetti, e lì purtroppo per uno a cui capita di vedere questa cosa per tv, non è che passi un gran bel messaggio secondo me. Bisogna sempre
discriminare, devi fare delle scelte: o fai la festa per divertirti oppure devi cercare di veicolare un messaggio. Se fai il pride per i tuoi diritti, devi
fare attenzione anche a quello che capiscono le persone al di fuori... soprattutto a quelli che ti danno contro! Perché se ti danno contro e tu gli
dai motivo affinché ti diano ancora più contro, non so quanto ci guadagni... Quindi finché ci sei dentro ti diverti: musica, gente strana,
una carnevalata insomma, però poi devi andare a fare i conti con quello che dicono gli avversari.
Il messaggio che ho ricevuto io che ho partecipato? Beh, di felicità, di allegria, di spensieratezza, di gente solare, piena di vita! Di gente che
combatte per i propri diritti? Poco e niente, non è così evidente quell'aspetto, perché è preponderante la carnevalata. E poi attira
certamente di più l'attenzione un trans vestito da bambola che cento persone che urlano: «Vogliamo pari diritti!». Basta uno di quelli per
togliere voce a una bella fetta di gente. Al pride ci sono moltissimi travestiti in modo strano che focalizzano l'attenzione, per cui perdi quella che è
la parte fondamentale della manifestazione. Si sentono ogni tanto degli slogan, si vede qualche cartello ma... non è poi così evidente. E poi i
giornalisti non vanno a prendere quell'aspetto del pride: quello che esce da lì, quello che arriva nelle case di tutti è un'altra cosa.
Se penso che il pride sia utile? Formulato così non so, non credo... bisognerebbe forse fare più attenzione al messaggio che deve uscire, fare
in modo che qualsiasi aspetto del pride abbia sempre lo stesso significato, altrimenti si sa che i media vanno a prendere quello che gli interessa. Deve
essere una cosa d'impatto corposo, senza la possibilità di andare a cambiare il messaggio. Deve essere una cosa un po' più organizzata e forse
dovremmo essere un po' più incazzati. Chiaro, bisogna cominciare facendo le cose serie, mostrando di essere prima di tutto cittadini come gli altri: se
ti fai vedere diverso nel diverso… diventa difficile da comprendere e anche difficile da gestire pure a livello mediatico: che messaggio passi? Come puoi
pretendere che da quello che si vede traspaia il messaggio: "Siamo incazzati perché vogliamo i nostri diritti e non ce li abbiamo"? E' troppo
difficile... Sì, è vero, sensibilizzi nei confronti della diversità, però questo è solo un aspetto. Bisognerebbe forse
scindere le cose e fare due manifestazioni diverse. Io sarei per farci vedere un attimo più posati e "delicati". Che poi, gente che balla,
che si diverte... è davvero difficile per chi è fuori vedere il malessere delle persone. Questi dicono: «Ma se siete più contenti, di
cosa vi lamentate?».
Il matrimonio omosessuale in Italia? Beh, non ti so dire se mi sposerei, ma sarebbe bello sapere che c'è l'opportunità, che c'è la
libertà di poterlo fare se lo vuoi. La convivenza? è una cosa già diversa... penso che lo farò sicuramente, appena troverò
la persona giusta. Sposarsi coinvolge il vincolo "contrattuale" che spesso è causa di tanti rapporti ormai emozionalmente finiti che restano
vivi solo sulla carta. Un rapporto secondo me va giocato giorno dopo giorno con la libertà di poterlo interrompere in qualsiasi momento se non è
più qualcosa che ci fa star bene. Se esistesse una figura giuridica che imponesse diritti e doveri ai conviventi, beh, a quel punto sarebbe una specie
di matrimonio e per lo stesso motivo dovrei rifletterci su... lo farei, spero di farlo, ma devo prima trovare la persona giusta.
L'adozione di un bambino? Secondo me no, non è consigliabile. Non sono d'accordo, non tanto perché si tratta di omosessuali, quanto perché
è brutto non dare al bambino la diversità nella famiglia. E' come presentare un mondo a metà: la famiglia dovrebbe essere un po' il
"campione universo", dovrebbe rappresentare le diversità. Mancando una delle due figure, il maschio o la femmina, il bambino avrebbe una
rappresentazione limitata del mondo, sarebbe come togliergli la possibilità di conoscere una parte di umanità. Gli toglieremmo tutti i particolari
fisici, il comportamento dell'altra figura, che poi nel mondo invece trova. Non mi piace l'idea di togliergli questa possibilità. Non è una
questione di traumi, di scelta sbagliata o meno; è proprio una questione di offerta, di potergli offrire di più. Poi, è chiaro che
bisogna andare a valutare nello specifico: se dovessi scegliere se dare in affidamento un bambino orfano a una coppia eterosessuale piuttosto che una coppia
omosessuale, a parità di condizioni, la prima avrebbe quel punticino in più che fa la differenza. Ma se, a seguito di un'analisi, risulta che
la coppia gay ha migliori qualità e può crescere in modo più salutare il bambino, è ovvio che l'affiderei a questa. Anche se a
parità di condizioni, se sei 100 a 100... etero vale 101. Per una questione di ricchezza che nella coppia omosessuale non c'è. La diversità
è sempre una ricchezza.
Penso che per il futuro degli omosessuali in Italia ci voglia molta pazienza. Forse sbagliamo quando vogliamo accelerare troppo i tempi, quando pretendiamo
che tutti capiscano subito quello che vogliamo. Credo che sia qui la nostra parte di errore. E' come se tu pianti oggi il fagiolo e vuoi che domani ti vengano
su subito i fiori: ci sono delle cose che devono maturare. Dobbiamo buttare il seme, dargli il tempo necessario, non diventare oppressivi sennò lo ammazzi
questo seme, invece di far bene, fai male. Bisogna essere naturali nelle cose e concedere il tempo che vengano assimilate, elaborate. Invece ci sono persone
che pensano che facendo oggi la manifestazione, domani siano tutti d'accordo con i gay. Non è una cosa che funziona, non è nei ritmi sociali.
Una cosa che io propongo, che ho sempre sostenuto, è che ognuno dovrebbe lavorare nel proprio piccolo, perché la vera lotta si fa nella sfera
personale. Se ogni omosessuale facesse un coming out fatto bene, dimostrando a quelle dieci persone che conosce che il fatto di essere omosessuale non cambia
la qualità di quella persona... avremmo risolto i nostri problemi! Anche se poi non tutti sono disposti a farlo perché hanno paura di rovinarsi
la vita. Siamo noi stessi che andremmo un po' "rielaborati"... dobbiamo cercare di aggirare un muro, quello delle istituzioni avverse, delle cariche
omofobe, combattendolo nel nostro piccolo, dal basso verso l'alto. Ecco, per questo penso che forse stiamo sbagliando: abbiamo trasformato in lotta di classe
quella che invece è una lotta di tutti i giorni, della nostra vita.
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